Il sacro, il profano e il filosofico si incontrano nella mente di Del Toro, dando vita a capolavori come il nuovo Frankenstein.
Probabilmente scrivo con un giudizio totalmente di parte, dal momento che Guillermo Del Toro è il mio regista preferito, ma non potevo non parlare del suo nuovo film e di come io abbia avuto il privilegio di poterlo vedere alla Mostra del Cinema di Venezia in concomitanza del documentario su di lui, Sangre Del Toro, di Yves Montmayeur.

Il mio obiettivo principale per quest’anno era riuscire a prenotare entrambi e, dopo averlo raggiunto, posso tranquillamente dire che sia stata una delle scelte migliori che io abbia mai fatto: guardare Frankenstein dopo aver visto il documentario mi ha dato un sacco di strumenti per capire meglio le scelte stilistiche di Del Toro.
Non è però un semplice approfondimento sul suo stile registico, bensì un fantasmagorico viaggio attraverso i suoi lavori, la sua infanzia e la sua mente. Grazie a spezzoni di suoi film e parti della sua mostra permanente a Guadalajara (paese di origine del regista) scivoliamo piano in un mondo fatto di iconografie sacre, raccolte di fumetti e vecchi giornali, oggetti di scena dei suoi stessi film, e modelli anatomici umani.
La morte e il rapporto di Del Toro con essa appare evidente, e ci accompagna per tutto il documentario, dalla prima volta in cui ha visto un cadavere (in una cripta, dove una lapide era caduta) al suo dire, con molta tranquillità che si, agli albori della sua carriera ha dovuto scavare una fossa in un cimitero perché non era esattamente consentito, ma di vitale importanza per una scena. Una frase in particolare mi è rimasta impressa, “il corpo è la clessidra dell’anima”, frase che riassume perfettamente la filosofia del regista nei confronti della vita e della morte, legata nel profondo alle sue radici messicane.

E poi ci sono i mostri, che popolano ogni suo film e che, a discapito del nome, non falliscono mai nel farci sentire più umani, perché tutti abbiamo dei mostri dentro, con cui possiamo confrontarci soltanto se li liberiamo, e cosa meglio di un film sui mostri può aiutarci a farlo?
Il suo rapporto con “il mostro” è ciò che più lo rappresenta nella sua filmografia, è ciò che lo contraddistingue ed il motivo per cui è così amato dal pubblico, in ogni film lui mette un frammento di sé stesso e dei mostri che si porta dentro, non come pesi ma come pari con cui confrontarsi e capirsi.
Ad ogni capitolo, ad ogni scena, sono rimasta sempre piu’ incantata da quest’uomo e dalla sua arte, arrivando finalmente a capire perché sento un’affinità cosi’ profonda con le sue opere: ciò che lo affascina, affascina anche me, da sempre.
L’altra cosa che davvero mi ha colpita e’ stata la spiegazione di quando ha letto per la prima volta Frankenstein, dicendo che in quel preciso momento non era piu’ se’ stesso ma una ragazzina di 19 anni all’inizio del 1800, lui era Mary tanta era la connessione che sentiva con l’opera e l’autrice. L’ennesimo esempio che mostra come Del Toro vive le opere e di come diventano parte integrante della sua mente.
Non voglio spiegare il documentario nella sua interezza, perché è una cosa che va guardata (e, a mio modestissimo parere, riguardata), soprattutto se dopo si andrà a vedere qualche suo film come Frankenstein, sul quale abbiamo in programma un articolo dedicato.
