I filtri fantasy-fantascientifici: sono davvero il demonio?

Bambini e bambine, benvenuti ad un nuovo episodio di: ehi, c’è un nuovo episodio dei deliri di Paola.

L’argomento di oggi è stato in realtà già analizzato in un precedente articolo del sito, da parte di Elena (questo è il link, se vi interessa un’opinione più seria della mia e dovrebbe: Ma perché non cresci? Processo agli eterni bambini.).

Io, ovviamente, per non smentirmi mai, la butto felicemente in caciara, per usare un latinismo.

Spero non mi consideriate arrogante se mi permetto una dedica:

A mia sorella Stefania,

che da piccola ha venduto la propria fantasia

per comprare un libro di matematica e statistica.

Aaaand, here we go:

Il fantasy è roba da bambini”.
In qualunque maniera questa frase sia presentata – a volte in modo anche più prolisso, purtroppo – il succo è sempre lo stesso: cerca di crescere.

Noi fan-fantasy anziani (no, aspetta: anziana ci sarà tu’ sorella), siamo ormai abituati ad adottare diversi approcci di fronte a questa problematica: i più diplomatici, optano per la tecnica Virgilioalza gli occhi al cielo e passa oltre, che oggi mi beccano male”; quelli più fantasiosi la buttano sul sarcasmo: “Oh, nessuno mi aveva avvertito che oggi fosse il giorno del ‘porta le tue opinioni inutili a lavoro ed esprimile’, altrimenti avrei messo la cravatta dello sticazzi”; gli audaci arrivano a sfoderare la bacchetta ed urlare CRUCIO, sperando che la fede dia finalmente dei frutti.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di beneamati Troll, a cui si augura tutta la salute che ci possa essere in un attacco di Colera, ma qualche volta – ammettiamolo – ce la siamo posti anche noi questa domanda.
Va bene, mettiamola così: io me la sono posta.
Quando il numero di candeline sulla torta comincia a coprire l’ostia di Fantaghirò, quando la gente comincia a dirti: “Sei grande, devi cominciare a guardare in faccia la realtà”, il dubbio ti viene: ma starò guardando in faccia la realtà?

Dunque ci ho pensato e, con grande delusione del mio psicoanalista che non vedeva l’ora di sfilarmi dei quattrini, mi sono risposta: sì, la guardo eccome.
Non solo perché sono perfettamente consapevole che si tratti di semplici storie – favole – ambientate in luoghi lontani che non esistono, con personaggi che (ahimè) sono stati plasmati dalla fantasia di una mente umana più o meno creativa. Sarebbe molto preoccupante se non fosse così, è ovvio.
Anche se in quel momento – mentre sto leggendo un libro, guardando un film, o l’episodio di una serie TV – io ci sto credendo davvero, non vuol dire che (persino in quel preciso momento!) io mi stia rifiutando di guardare in faccia la realtà.
Come è possibile?
Penso che esistano dei filtri. Come quelli che tutti i novelli fotografi professionisti con l’iPhone usano su instagram. Be’, non proprio quelli, ma facciamo a capirci. Sono un po’ più complessi rispetto a quelli color seppia, credo.
Ognuno ha i propri, noi abbiamo questi e ci piace guardare la realtà anche attraverso di essi.
È sbagliato pensare che in questo modo essa venga distorta, in un senso o nell’altro.
Non è più dolce. Non lo è per niente, mortacci loro.
Il finale, forse, è un po’ più ottimista di quanto ci si aspetterebbe, ma al lieto fine – con le tendenze odierne – ci si arriva con il fegato in mano, scavalcando cadaveri!
Oserei addirittura dire che – noi rane sguazzanti nello stagno fatato delle fiabe – abbiamo un’idea molto più precisa della realtà di quanto ne abbia lo spettatore medio dei reality show. Alanise Morissette lo definirebbe ironico.

Potrei fare mille esempi, andando a scomodare i più disparati ambiti di fantasy e fantascienza (ci butto di tutto, i puristi mi perdoneranno, spero), ma volevo tentare con uno in particolare, quello che più recentemente mi ha portata a pormi questa fatidica domanda.
Turn Left” – “The Stolen Earth”, doppio episodio di Doctor Who (eh, lo so, abbiate pazienza) con David Tennant e Catherine Tate.

I veterani della serie sapranno di cosa parlo, per tutti gli altri profani:
Una catastrofe distrugge la città di Londra. Milioni le vittime. I pochi sopravvissuti diventano conseguentemente degli sfollati, costretti a vivere di stenti sotto la legge marziale, condividendo la dimora con altre famiglie, ed ormai privi di qualsiasi proprietà o diritti.
I cittadini stranieri sono deportati in misteriosi ma orribilmente familiari campi di lavoro.

All’orizzonte non si intravede alcuna via d’uscita e si è persa ormai la speranza nel futuro. La Gran Bretagna e, per un effetto domino, anche l’intera umanità, si trova sull’orlo del baratro.

Va bene, in Doctor Who, ovviamente la colpa è tutta degli alieni.
D’accordo.
Bravissimi: avete vinto il gagliardetto dell’ovvio.
Dov’è l’errore? Vi state concentrando sul filtro, perdendovi l’aspetto più importante.
Cercate di non guardare ai Dalek, ai Sontaran, al Titanic dello spazio, pensate alla bomba atomica, se più vi garba. Quella esiste eccome e spero non vi faccia meno paura.
Pensate che sia così fuori dalla realtà l’idea che possa accadere qualcosa del genere? Sopratutto alla luce dei più recenti avvenimenti.
Una città come Londra – ma come qualsiasi altra grande Capitale – distrutta e in ginocchio. Cittadini ghettizzati e deportati. Perdita di diritti ed identità. Il potere in mano a chi approfitta della paura, smerciando sicurezza in cambio di libertà.
È già successo e può benissimo ripetersi.
Il messaggio dietro il filtro è molto semplice: la senti quell’angoscia nello stomaco davanti a queste immagini? Hai paura? Pensa a cosa proveresti vivendola.
Perché è proprio vero: il Dottore non esiste e noi lo sappiamo bene quanto voi. Non c’è nessun altro che possa evitare la catastrofe, se non tanti piccoli Donna Noble spauriti come noi.
Se sei lì davanti allo schermo a pensare “mio Dio, è terrificante” e non “mio Dio, gli alieni non esistono”, complimenti! Hai smesso di fissare il dito e stai guardando la Luna.
E se quando l’episodio finisce, qualcosa di tutta quell’angoscia e di tutto quel terrore ti è rimasto dentro, complimenti! Hai preso una decisione su come affrontare la realtà.
Lo so bene che è possibile recepire lo stesso messaggio anche senza che ci sia di mezzo un elfo oscuro, ma se il risultato è lo stesso, che importa? Se entrambi abbiamo capito che un certo modo di fare deve essere evitato, che importa quale sia stato il filtro?

L’importante è che io, piccola ed immatura amante del fantasy, non provi neanche a pensare: prima gli italiani!
Perché so che sarebbe ingiusto quanto: “prima i maghi purosangue!”.

Non penserò che ci sia bisogno di un grande potere per distruggere il male, perché so che l’oscurità può essere tenuta a bada dai piccoli gesti quotidiani, da atti di gentilezza ed amore.

So che ci sono i Peter Minus tra i Grifondoro, i Severus Piton tra i Serpeverde, i Gilderoy Allock tra i Corvonero e le Ninphadora Tonks tra i Tassorosso.

Non penserò che un credo religioso sia composto da buoni o da cattivi, perché soltanto un Sith vive di assoluti.

So che ognuno crea il proprio nemico sulla strada intrapresa per sbarazzarsene, e che sarebbe meglio ascoltare per intero le profezie, prima di andare in giro a giocare al grande Spaccone Oscuro.

So che NON È UN GIOCO, KATE!

Certo, questi filtri rendono decisamente eccentrici i nostri discorsi (e il delirio di poc’anzi lo ha senz’altro dimostrato) ma, forse, quello che importa è che ci rendano degli esseri umani migliori. Se siamo fortunati, esseri umani che sanno da che parte stare, dal momento che “non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero, sono le nostre scelte”.
I fantasy sono per bambini? È probabile.
Forse è qualcosa che ci è rimasto da quando eravamo piccoli, una minuscola membrana permeabile che ancora non si è stancata di ascoltare le favole.
Quando abbiamo cominciato a biasimare le favole?
Devo essermi persa il referendum.

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Paola