Venice Immersive 2025: le mie 5 opere preferite in concorso

Riflessioni post-festival sulla nona edizione del Venice Immersive alla Mostra del Cinema di Venezia e sulle mie 5 opere preferite

Sono ormai dieci anni che frequento il Venice Immersive della Mostra del Cinema. Ero lì quando Gesù ha fatto il suo primo miracolo in virtual reality, quando il Venice Immersive si chiamava ancora Venice VR, quando le opere prevedevano (numerosi) attori in presenza e giocavano con tutti i tuoi sensi, olfatto incluso- un approccio sicuramente non pro-distribuzione, ma in grado di fare sognare il pubblico, anche quello più diffidente.

Ormai è da tempo che discuto proprio di questo con una cara amica che, dopo anni di devota presenza al Venice Immersive, quest’anno si è rifiutata di partecipare. “Non è più come una volta”, la sento spesso dire. E per quanto le necessità distributive e di marketing dirigano inevitabilmente il settore in certe direzioni, non sbagliate di per sé e maggiormente accessibili, è anche innegabile che sentiamo tutti la mancanza dell’estrema sperimentazione che accompagnava alcune delle migliori esperienze immersive che io abbia visto a Venezia nel corso di questo decennio.

Venice Immersive 2025: “cosa mi consigli?”

Quest’anno è stata l’edizione in cui ho personalmente battuto il mio record di visione: 40 esperienze fra concorso e fuori concorso più alcuni mondi su VRChat (ma conto di recuperarne altri da casa). 

Nel complesso, un’edizione valida e di buona qualità, con alcuni picchi in alto… e sicuramente qualche “avvallamento” non trascurabile. 

Prima di arrivare al Lido, si ha in genere una vaga idea su cosa potrebbe piacerci, se conosciamo un po’ il settore immersivo… ma al tempo stesso quando si tratta di prenotare le opere, lo si fa molto spesso a occhi chiusi, affidandosi alle durate dei progetti (già se sei sopra i 40 minuti ti giudico un po’), a quanto si sa degli autori e forse, anche più spesso, agli orari che nel proprio calendario risultano liberi (nota per la direzione: quanto sarebbe bello che il calendario con gli slot orari venisse pubblicato per tempo, così che si possa arrivare alle prenotazioni con una chiara schedule in testa e non si dovesse perennemente improvvisare). 

Ma sono sufficienti già due giorni di Venice Immersive per capire a cosa invece bisogna puntare per la prenotazione seguente. Questo perché, da subito, la domanda più frequente che ci si chiede a vicenda al Lazzaretto Vecchio è solitamente una variazione sul tema “Cosa hai visto finora? Cosa ti è piaciuto di più? Cosa mi consigli?” e il cloud point di risposte tende sempre, immancabilmente, ad addensarsi attorno a quattro o cinque esperienze principali. 

Quest’anno la risposta numero uno era sicuramente Blur, seguito a rotta da Clouds Are 2000 Meters Up. 

E a chi l’ha chiesto a me, ho dato esattamente questi due titoli.

Le esperienze immersive più belle di Venezia82 (in concorso)

Le immagini che vedete presentano la sottoscritta scommettere sulle esperienze che avrebbero vinto quest’anno al festival. Indovinate due su tre. Un buon risultato, verrebbe da dire, se non per il fatto che quella di cui ero sicura al 100%, Blur, non ha in realtà portato a casa il (meritato, almeno per me) premio. 

Blur non è stata l’unica esperienza che ho amato, ma certo è l’esperienza che più di tutte si è fatta notare. Ma procediamo con ordine… E vediamo assieme quelle che, per i miei gusti, sono state le cinque migliori esperienze in concorso di questo Venice Immersive 2025, a partire dall’ “ultimo” posto.

5. Collective Body di Sarah Silverblatt-Buser

Collective Body è un’esperienza interattiva in realtà virtuale che ci invita a incontrare noi stessi e gli altri attraverso il movimento. Ambientata nel mezzo di una tempesta nel New Mexico, guida i partecipanti a riscoprire i primi modi di entrare in relazione con il mondo, simbolo degli eventi formativi della vita che culminano in un’esplorazione condivisa del nostro sé corporeo. Questi momenti chiave – cominciare da soli, scoprire l’ignoto, i primi incontri, e muoversi insieme con gioia – rappresentano il modo in cui le nostre storie personali e collettive si scrivono attraverso il movimento.
Fonte: Biennale Cinema

Danzare in un mondo stellato in realtà virtuale. Già quando pronuncio la parola “danzare” in molti fuggono urlando. Ma la realtà è che in VR è molto più semplice lasciarsi andare al movimento – per lo meno fino a quando non ti ricordi che se tu sei lì a ballare con un visore in testa, inconsapevole di quanto ti circonda “fuori”, davanti a te ci sono almeno due o tre persone dello staff e del team di lavoro che ti stanno guardando muoverti come se non avessi una preoccupazione nella vita.

Nella VR o accetti di stare al gioco e fregartene o ti sentirai sempre un tantino awkward. 

Se questa sensazione di imbarazzo mi accompagna spesso nei videogiochi che vengono presentati a Venezia, dove ho perennemente paura di sbagliare, ho la fortuna di esserne meno consapevole in altre opere più intime e così è stato con Collective Body. E’ vero, all’inizio un lavoro così può intimidire, ma forse è anche questo il motivo per cui amo questo tipo di esperienze e per cui ho amato questa. 

Infatti, se l’opera è fatta bene, c’è sempre un momento in cui tutto scompare e rimani tu, con il tuo corpo, e la musica, e delle figure indistinte attorno a te che sai essere i tuoi compagni di esperienza… e lì il mondo diventa quello virtuale e tutto il resto sembra un po’ fermarsi

L’ho visto accadere in The Garden Says, uno dei miei lavori immersivi preferiti di sempre e, in modi diversi, l’ho sperimentato, appunto, in Collective Body

Alla fine, credo che il motivo per cui quest’opera è stata una delle mie preferite sia in realtà molto umano e molto poco tecnologico. In Collective Body il nostro avatar è strutturato come una sagoma elementare: un insieme di particelle di fumo, o di polvere, o di fuoco, o di nuvole… Ogni partecipante assume la sua forma basandosi sul modo in cui si sta muovendo e sta danzando nello spazio. Insomma, è come se l’opera ci privasse dei soliti riferimenti estetici che spesso usiamo per valutare ciò che ci circonda, per  far emergere  invece in modo diverso l’essenza profonda dell’individuo. 

Non ho ancora avuto modo di chiedere agli autori che cosa nel movimento generava una specifica identità. Ma di mio sono uscita aria. E per quei brevi momenti mi sono davvero sentita tale.

4. Creation of the Worlds di Kristina Buozyte, Vitalijus Zukas

Creation of the Worlds è un’esperienza VR ispirata all’arte visionaria e alla musica di Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, il più celebre artista lituano. Questa poetica odissea in VR è allo stesso tempo una meditazione sulla creazione e una metafora del viaggio umano verso la maturità interiore. Creata da Kristina Buožytė e Vitalijus Žukas, l’esperienza unisce narrazione immersiva ed elementi interattivi, invitando gli spettatori in un mondo onirico. Con la libertà di muoversi e librarsi attraverso ambienti in continua evoluzione, lo spettatore scopre gradualmente di non essere solo un osservatore, ma il creatore e il custode di mondi senza tempo. Ispirata a oltre sessanta dipinti di Čiurlionis, l’esperienza fonde arte visiva e una rielaborazione contemporanea della sua musica a cura di Phil Von e Rokas Zubovas.
Fonte: Biennale Cinema

Kristina Buozyte e Vitalijus Zukas erano già stati a Venezia nel 2018 con Angelų Takais (Trail of Angels), sull’arte del famoso artista lituano Mikalojus Konstantinas Čiurlionis. Quest’anno sono tornati con un’altra opera sui suoi dipinti e sulla sua musica, intitolata Creation of the Worlds

L’accostamento arte/tecnologia immersiva non è nuovo ed è spesso molto efficace per trasportare il pubblico dentro la visione di un artista. Non per niente il lavoro che ho amato di più nella scorsa edizione della Mostra parlava della produzione artistica di un altro grande pittore, Algis Kriščiūnas, e anche in quel caso a creare l’opera è stato un team lituano

In una produzione immersiva in cui i temi che vanno per la maggiore sono drammatici, saltuariamente deprimenti, spesso di protesta, mai di commedia, un’opera come Creation of the Worlds è davvero un respiro di aria pura. 

Rifacendosi alla visione fantastica e profondamente spirituale dell’opera di Čiurlionis, i cui dipinti diventano i mondi che ci ritroviamo a sorvolare in realtà virtuale, Kristina Buozyte e Vitalijus Zukas ci donano una passeggiata, che loro stessi definiscono “trascendentale”, nella bellezza della vita e di ciò che esiste. 

Lo fanno forse non tanto per aiutarci a scappare dalla dura quotidianità, quanto per aiutarci a ricordare quanto di “oltre” e di poetico c’è nella nostra esistenza. 

Scene come quella del volo sopra la città o del mare che sale a coprire tutte le cose sono così intense – visivamente ed emotivamente – da arrivare a commuovere i più sensibili (aka, me) e dare un momento di respite di cui, in particolare nel corso di eventi così pieni e dai ritmi serrati come un festival, si sente davvero il bisogno.

3. Less than 5gr of Saffron di Négar Motevalymeidanshah

Golnaz è una giovane immigrata iraniana che cerca di adattarsi alla sua nuova vita in Germania. Una sera, tornando dal lavoro (è assistente in un centro di accoglienza per migranti nella periferia di Berlino), si ritrova molto affamata e con il frigorifero vuoto. Decide quindi di andare al supermercato più vicino, dove è appena arrivato un nuovo prodotto: lo zafferano. Anche se per lei è molto costoso, non riesce a resistere: ne compra una bustina. Le emozioni la travolgono. Sente il bisogno di cucinare un piatto fatto in casa per alleviare la nostalgia. Prepara del riso e aggiunge lo zafferano, un comfort food legato al suo passato. Ma non avrebbe mai immaginato che quel momento l’avrebbe fatta ripiombare nei ricordi più traumatici della sua vita. Tre anni prima, infatti, era sopravvissuta a un tragico naufragio in cui aveva perso la vita tutta la sua famiglia, mentre tentavano la traversata in barca illegalmente.
Fonte: Biennale Cinema

Io e la giuria team unico quest’anno. 

Avete presente quando alle superiori vi narravano della madeleine di Proust e di come il suo odore e il suo sapore, in un attimo, fossero in grado di generare i ricordi più vividi del tempo che è stato? Less than 5gr of Saffron parte da questo concetto e nel giro di 7 minuti fa quello che non sono riuscite a fare produzioni ben più complesse che duravano dieci volte tanto (parlo anche di film, eh). 

L’opera di Négar Motevalymeidanshah è un capolavoro narrativo e visivo che andrebbe mostrato al mondo intero e soprattutto alle persone che fanno tanti discorsi sulla migrazione senza mai davvero capire cosa questa implichi per chi ne vive in prima persona la drammaticità. Connettere questo tema con la quotidianità e con un’azione che è familiare a tutti noi lo colloca in uno spazio che è intuitivamente accessibile e familiare e proprio per questo ancora più reale.

Giocando poi sul colore rosso e su un’alternanza di ricordi belli e terribili, Less than 5gr of Saffron trasmette in modo talmente viscerale la storia che vuole narrare da necessitare realmente del warning che ci forniscono i titoli di testa. Non vuole però scioccare, come altri più banali lavori, ma è un’opera semplicemente, profondamente umana. E se è vero che anche come corto d’animazione sarebbe risultata comunque efficace, l’uso dello strumento immersivo fa sì che memorie, grida e lacrime ti entrino dentro con l’immediatezza di una tempesta. Bellissimo. 

2. Blur di Craig Quintero e Phoebe Greenberg

Blur presenta un nuovo mito per l’era moderna, in cui la scienza ha trasformato il nostro modo di concepire la vita e la morte. Grazie alla clonazione e ai progressi della biologia della resurrezione, i confini tra vivi e morti – tra naturale e artificiale – si sono fatti sempre più sfumati. Oscillando tra reale e virtuale, questa produzione teatrale in realtà estesa si sviluppa come un paesaggio onirico e accompagna i partecipanti in un viaggio di riflessione sul lutto e sull’eternità.
Fonte: Biennale Cinema

Ed eccoci al tanto discusso progetto con cui abbiamo aperto questo articolo. Amato dal pubblico, non sostenuto dalla giuria (o da parte di essa), Blur richiederebbe un articolo a parte. 

E una piccola premessa vogliamo effettivamente farla. Negli ultimi quattro anni di Mostra ho potuto conoscere da vicino l’opera di Craig Quintero, direttore artistico della Riverbed Theatre Company di Taipei.

Craig Quintero, io credo, può considerarsi ad oggi il Re del 360. Tecnica che solitamente non amo, quando portata avanti da lui diventa uno strumento magico. Oniriche, inquietanti, delicatamente ossessive, le sue immagini ti si stringono attorno e ti fanno dubitare di ciò che è reale e di ciò che è finzione- un vero parto per la mente.  

Di Blur, come prima cosa, c’è da dire che si riconosce assolutamente la sua mano. Ma detto ciò, entriamo, con questo nuovo lavoro, in un universo che è anche completamente diverso. Un universo fatto di teatro, intelligenza artificiale, realtà virtuale, animazione, inganno. 

C’è un po’ di tutto dentro quest’opera, abbiamo detto in molti, ed è certo vero. Ma quello che c’è, soprattutto, è un desiderio di sperimentazione all’incrocio di linguaggi e possibilità che non vedevo da tanto al Lazzaretto Vecchio. 

La storia riflette sulla clonazione ed è sorprendente come in una narrazione così “assurda”, visivamente parlando, si riesca a seguire il tema e a comprenderne le implicazioni.

Fin da subito “qualcosa non torna”: siamo in quattro partecipanti, seduti in una stanza, visori in mano, quattro pareti chiuse attorno a noi. Ma i muri fisici che ci circondano letteralmente scompaiono nel momento in cui indossiamo il visore e ci viene chiesto di attraversarli. Lo si può fare. Non si sbatte contro la parete. Ed è il primo momento in cui iniziamo a dubitare dei nostri occhi reali e a credere di essere entrati in un sogno. 

Da lì è un susseguirsi di visioni, che culminano in due momenti che personalmente ho adorato… la camminata nella foresta “dei suicidi” e l’incontro con se stessi. 

Non oso dire di più, perché molto del senso dell’opera è in questo… ma sappiate che se potessi finanziare io la distribuzione di questo lavoro in Italia, lo farei. Semplicemente s’ha da vedere. 

1. The Clouds Are Two Thousand Meters Up di Singing Chen

Dopo la morte improvvisa della moglie, Guan scopre il romanzo che lei ha lasciato incompiuto: una storia in cui si intrecciano il leopardo nebuloso, specie a rischio di estinzione, e il mito sacro delle origini della tribù Rukai. che narra della loro discendenza da questo animale sfuggente. Travolto dal dolore e in cerca di un contatto, intraprende un viaggio surreale attraverso scene oniriche: un labirinto dell’inconscio, foreste avvolte nella nebbia, cavità di alberi secolari e simbolici paesaggi interiori. Tratto da un racconto del celebre autore taiwanese Wu Ming-Yi, The Clouds Are Two Thousand Meters Up è un’esperienza VR a utente singolo e movimento libero che fonde letteratura e memoria in una esplorazione intima di amore, perdita e introspezione.
Fonte: Biennale Cinema

The Clouds Are Two Thousand Meters Up era una delle opere più attese di questo festival. La creatrice, Singing Chen, nel 2022 aveva portato a casa uno dei premi della sezione immersiva con il suo lavoro precedente, The Man Who Couldn’t Leave… un 360 assolutamente meraviglioso e dal grande impatto umano e sociale.

Il direttore della sito per cui scrivo, XRMust, ha puntato direttamente a questo lavoro e io l’ho seguito a rotta, in particolare dopo aver visto che il progetto era di tipo installativo e quindi occupava una stanza a parte del Venice Immersive e chiaramente chiedeva al partecipante di interagire in qualche modo con la storia (cosa che personalmente adoro).  

E nonostante le alte aspettative, nulla poteva prepararmi a quello a cui ho partecipato. Tratto da un racconto breve, The Clouds riesce a mettere in scena la poesia e l’intensità emotiva di una storia dal valore universale ma anche fortemente radicata culturalmente e lo fa sfruttando in modi egregi tutte le possibilità offerte oggi dalle tecnologie immersive, a partire dal tanto rinomato Gaussian Splatting

Quello che ne esce è semplicemente magia. Si segue quest’uomo, Guan, alla ricerca di una moglie persa tragicamente, e lo si fa partendo dalla semplicità della sua casa, ricostruita quasi come un grande diorama, fino all’immensità di questa foresta taiwanese, avvolta nella nebbia, dove leggenda narra si trovi la risposta che sta cercando. 

Un viaggio umano ma anche un viaggio fisico, in cui camminiamo – letteralmente – nei labirinti della mente di Guan, ma anche, accanto a lui, in luoghi che mai con i nostri occhi abbiamo potuto vedere prima e che sembrano usciti direttamente dai nostri sogni. Il vento (che c’è davvero… e nelle prossime versioni ci saranno anche i profumi…) è solamente uno degli elementi che gli artisti usano per immergerti nella storia e va a completare un’esperienza di immane bellezza che mi ha commosso a tal punto da ricevere un abbraccio consolatorio dal team una volta che ho tolto il visore (e anche dei buonissimi dolcetti taiwanesi all’ananas). Non per niente, The Clouds si è portato a casa il premio più importante del Venice Immersive e di mio sto già meditando un viaggio a Taiwan per poter rivedere l’opera nelle sue evoluzioni. 

Chiudo qui questa lunga riflessione sul Venice Immersive 2025 e sulle mie opere preferite fra quelle in concorso in questa edizione.

Per giustizia, ecco anche i cinque lavori che ho amato di più del Fuori Concorso, nell’ordine:

  1. Ancestors di Steye Hallema
  2. D-Day: The Camera Soldier di Chloé Rochereuil for Targo
  3. Happy Shadow di Pei-Ying e Ting-Ruei Su
  4. Mnemosyne di Wuer
  5. Lili di Navid Khonsari e Vassiliki Khonsari

Ci mettiamo comodi, ora, ad attendere il prossimo anno. La Biennale Cinema tornerà mercoledì 2 settembre e sarà con noi fino a sabato 12. Preparate le richieste di accredito. 

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